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La nostra intervista - 1998
Incredibile, ormai e' passato un sacco di tempo. Comunque lasciamola, e' una storia cui sono affezionato.

Mi faccia vedere le mani
È un poco sorprendente, ma poi ci si abitua all'idea: questi due giorni non servono solo a capire la vostra personalità, sondare se vi adatterete all'American way of life.
Soprattuto la visita medica ha uno scopo preciso: valutare la forza lavoro che arriverà negli Stati Uniti. Non sorprendetevi, vi chiederanno veramente di mostrare le mani.

D-day 1
La visita medica: portate le vaccinazioni, soprattutto dei bambini. Se non trovate le vostre, fatevi il richiamo del morbillo e del tetano. Se non le avete, ve le faranno loro presso l'ufficio medico del Consolato. o ve lo fanno fare loro presso la ASL di Posillipo.
Per il resto vi faranno una schermografia, analisi del sangue, visita generale, nulla di drammatico.

D-day 2
Tre suggerimenti per non avere problemi durante l'intervista: portate tutti i documenti, non dimenticate neanche un pezzo di carta, controllate di avere tutti i documenti che chiedono.
Il tutto si svolge in piedi, in due fasi, sempre di fronte ad uno sportello, privacy zero. Nei due giorni imparerete le storie di quelli che fanno la trafila con voi, mogli di soldati americani, altri vincitori, un po' di tutto.
Fase uno: un'impiegata controlla che abbiate tutti i documenti richiesti. Accettano i documenti in Italiano senza problemi, non c'è bisogno di traduzione. Se sono il altre lingue, traduzione asseverata.
Domanda più singolare? Mi dia un certificato di matrimonio per lei e uno per sua moglie.
Come dice Beppe Severgnini nel suo bellissimo libro "Un Italianoo in America", un Italiano alle prese con la burocrazia all'estero è come un torero che, nell'arena, si trova dinanzi una mucca: difficile che si spaventi.
Abbiamo dato all'impiegata il certificato originale per me e, senza neanche muovere un muscolo del viso, la trascrizione francese (Reine è francese) per mia moglie. Morale? portatevi fotocopie di tutti i documenti.
Fase due: dopo un paio d'ore di attesa, il vice console vi chiama allo stesso sportello e, in Italianoo (se potete, passate all'inglese: ovviamente aiuta), comincia l'intervista.
È gentile, disponibile, ma le regole sono regole: un ragazzo è stato rifiutato perchè l'applicazione l'aveva firmata la madre, non lui.
A me è durata dieci minuti, domande del tipo cosa ci faceva a Singapore, cosa intende fare negli Stati Uniti, cosa intende fare per cercare lavoro, nulla di drammatico. Il tono non è quello tipico della burocrazia Italiana, che assume che come minimo abbiate un sacco da nascondere, siete un poco di buono e comunque gli state facendo perdere tempo prezioso.
Dopo queste domande, intercalate dal mio dolce pargolo che decise di infilare un serpente di gomma nella tasca del vice console, giusto per fare capire che non rappresentavamo un problema (si è messo a ridere), ci ha sorriso e mi ha detto: vada pure a pagare la tassa per l'emissione del visto. Mi si sono piegate le ginocchia per un attimo, perchè quello vuol dire che ce l'avete fatta.

Ho abbracciato mia moglie in silenzio, e sono andato a pagare il cassiere. Well, e' cominciata cosi', un sacco di tempo fa...